[Amore al Trullo]

C’era una volta una ragazza che ogni mattina alle nove in punto entrava da Mario per comprare frutta e verdura. I suoi occhi e i suoi lunghi capelli erano neri e densi come il petrolio. La chiamavano tutti “la più bella mora del Trullo”.
Aveva ventidue anni, ma il generoso seno elargiva al mondo la certezza che fosse una donna bella e fatta. Era disinibita, come chi non si cura di ciò che le accade intorno perché ha faccende più urgenti a cui pensare. Era inconsapevole, vergine nell’anima. E per questo più sensuale.
Si chiamava Norma.
Negli ultimi giorni, ogni mattina alle nove in punto da Mario c’era anche un ragazzo alto, moro, con gli schizzi di vernice bianca sui vestiti: Norma era la sua attrazione carnale e sua tensione spirituale. Il ragazzo aveva un sorriso sempre pronto ad aprirsi, l’alba eterna di un desiderio di purezza, dolcezza, divertimento pane e acqua.
Si chiamava Remo.

[foto di Joseph Szabo]

[foto di Joseph Szabo]

Norma non si accorse di Remo fino al giorno in cui egli le rivolse la parola. “Antipatica” le disse, una mattina alle nove in punto, quando Norma entrò, come sempre, senza guardare nessuno. Remo sapeva che Norma non era antipatica né tanto meno si sentiva superiore. Sapeva che i suoi erano pensieri, problemi da risolvere in fretta. Ma voleva attaccare bottone. Voleva farla ridere.
Norma, infatti, rise. Spostò immediatamente l’attenzione sulle mele, ma Remo sapeva che quel sorriso era un successo. Così, ogni mattina Remo provava a dirle qualcosa e ogni mattina Norma cedeva sempre di più. Per una volta l’intraprendente non doveva essere lei. Per una volta c’era qualcuno che le regalava ogni giorno un po’ di leggerezza.
Norma e Remo uscirono insieme e si innamorarono subito. Probabilmente erano innamorati ancora prima di uscire insieme, prima di sfiorarsi le labbra, prima di tenersi per mano. Il loro amore era stato scritto in un secondo: quel secondo in cui Remo aveva visto per la prima volta Norma, quel secondo in cui Norma aveva visto per la prima volta Remo.
Un mese dopo avevano entrambi la sensazione di conoscersi da sempre. Non c’erano grandi sorprese o grandi tragedie nella loro vita. Nessuna prova da superare. Nessun fastidio da tollerare.
Un anno dopo Norma e Remo si amavano in un modo sempre più semplice: lei continuava a lavorare come sarta; Remo continuava a lavorare come pittore per una ditta edilizia. La sera cenavano a casa della famiglia di Norma. Ogni tanto uscivano, senza fare troppo tardi perché il padre di Norma teneva alle regole e pensava che i giovani avessero la tendenza a correre troppo.
Tre anni dopo andarono a vivere insieme. Questa scelta aveva reso ancora più serena e definita la loro esistenza e scandito con più precisione i loro ritmi. Tutto era uguale, tutti i giorni. Tutto sembrava nascere per essere perfetto.

[foto di Joseph Szabo]

[foto di Joseph Szabo]

Una novità, in effetti, c’era: se l’importante era stare insieme, che bisogno c’era ora di uscire di casa? In realtà, questa era la scusa di Norma. Era sempre troppo stanca, ma soprattutto sembrava trovare curioso il desiderio di Remo. “Dove dobbiamo andare?” diceva indicando la confortevole casa. E quando Remo insisteva un po’, Norma diceva con un sorriso: “Ma non ti basta mai?”. Andare a vivere insieme, però, portava con sé una naturale conseguenza: se tenevano alla loro reputazione nel quartiere, avrebbero dovuto sposarsi in fretta. Norma non voleva pensare. Spazzava via qualsiasi riflessione al primo germoglio. Doveva fare. Risolvere problemi. Aiutare gli altri. Assicurarsi che tutto fosse a posto.
Un giorno accadde qualcosa. Norma, all’improvviso, dovette vedere la sua condizione per quella che era: il suo meccanismo di difesa si era intoppato. Il suo muro di Berlino aveva una crepa che nessun mattone avrebbe più coperto. La sua chiusura fisica e cerebrale altro non era che il desiderio dell’opposto, un opposto maltrattato dai vari “non si può” e “chissà poi che dice la gente”. La sua arrendevolezza era un istinto mascherato. Una voce camuffata.
In Norma era ormai matura la consapevolezza delle infinite possibilità della vita combinate con la sua caducità. La consapevolezza era diventata curiosità e la curiosità dubbio. Remo era il primo uomo. L’aveva legata in una vita meravigliosa, intensa, ma già scritta. Norma voleva abbracciare la vita, andare incontro all’imprevedibile, avere ancora tanti fogli su cui scrivere la sua storia. Non voleva vivere in un altro posto, ma voleva sentirsi libera di andarci. Non voleva stare con altri, ma voleva essere libera di conoscerli. Voleva scartare prima di buttare. Perdersi prima di trovarsi. Norma voleva vedere cosa c’era là fuori prima di chiudersi lì dentro.

[foto di Brittany Markert]

[foto di Brittany Markert]

Se Remo non era previsto nella sua scoperta del mondo non era perché lei volesse compiere questo viaggio con un altro uomo o molti uomini diversi: Norma doveva essere semplicemente sola, altrimenti non sarebbe stata la stessa cosa.
Cercava di nascondere il suo impeto vitale escludendosi da qualsiasi forma di vita sociale. Il disagio si era manifestato prima con il linguaggio del corpo e della mente. Non si fermava mai, ma quando si fermava si spegneva completamente. Quasi mai voleva fare l’amore. Sul fondo bianco del comodino accanto al letto disegnava possibilità della vita mentre Remo fantasticava sul loro primo figlio.
“Non cerco un altro amore”, disse un giorno Norma. Guardava in basso e teneva le mani tra le gambe intrecciate dalla vergogna. Con la voce che tremava per la paura di generare sofferenza, Norma disse a Remo: “Voglio dire: lo so che sei tu. Proprio per questo mi sembra troppo presto”. Cercava di guardarlo negli occhi mentre gli diceva: “Vorrei farmi una mia opinione sulla vita”. Ma Remo non capiva. Le chiese: “Non sei felice qui con me?” e sul volto di Norma apparve una piccola smorfia di sconforto: la domanda di Remo, così pura e semplice, era la conferma che egli non poteva comprendere. Norma si strinse e disse: “Voglio solo poter dire che tutto questo l’ho scelto io. Essere sicura che la mia vita non sia un romanzo preso a scatola chiusa”.

Norma andò via. Aveva trovato posto come sarta in una casa di moda a Firenze. Diede la notizia a tutti due giorni prima. Nessuno riusciva a concepire né tanto meno a digerire la sua decisione. Sommersa dalla disapprovazione totalitaria dei suoi genitori e dai silenzi dolorosi di Remo, Norma preparava le valigie.
In quei giorni, Remo non le disse una parola. Ma quando Norma stava per lasciarsi alle spalle la loro casa, con le valigie in mano, Remo la raggiunse di corsa per darle un ultimo messaggio. Come se il suo silenzio fosse stato riempito da una lenta accettazione e una graduale comprensione, ricoperte da un velo di quell’ottimismo che aveva sempre accompagnato la sua vita, Remo le disse: “Io ti aspetterò per sempre. Ogni mattina della nostra vita, alle nove in punto, da Mario”.

[foto di Mario Lasalandra]

[foto di Mario Lasalandra]

Quando Norma iniziò la sua nuova vita a Firenze, capì subito che la sua era stata una scelta saggia. Ogni giorno riceveva nuovi stimoli e ogni giorno si ritrovava faccia a faccia con nuove possibilità. Partecipava ad aperitivi, inaugurazioni, compleanni. Conosceva molti uomini, li osservava, li ascoltava, li confortava, divorava la loro personalità. Ne rimaneva affascinata e si lasciava corteggiare da loro senza mai innamorarsene davvero. Parlava con tutti. Sapeva essere diplomatica ma simpatica, intelligente ma semplice, accomodante ma lucida.
Le piaceva molto quel mondo, se non fosse per quel velo di falsità che percepiva ricoprisse tutto quanto. False le convinzioni, falsi i sorrisi, false le promesse, falsa la gentilezza, falsa l’emozione, falso il gusto. Non c’era niente di realmente genuino.
Passarono cinque anni prima che arrivasse a questa conclusione. Sì, la vita che conduceva era quella che voleva. Tornare alla vecchia e quasi dimenticata fatica quotidiana, ad una vita con Remo, chiusa e avara di possibilità, non sarebbe stata una passeggiata. Eppure, si rendeva conto, quella spontaneità, quella sensazione che tutto fosse sempre reale, poteva averla solo con Remo, nella loro casa, nella loro vita. E di quella spontaneità Norma non poteva farne a meno. Quella spontaneità, quella purezza, pensava Norma, se la conosci non la dimentichi. La ricerchi. Ne hai bisogno.

Norma aveva capito, visto, provato, scartato. Il suo viaggio si era concluso. Norma poteva tornare a casa. Ma Remo dov’era? Si ricordò della frase che le aveva detto prima di partire: “Alle nove in punto, da Mario, ogni mattina della nostra vita”.
Erano passati cinque anni. Remo avrebbe aspettato così tanto? Era probabile che avesse trovato un’altra donna. E che “Da Mario” fosse diventato l’ennesimo franchising di qualche fast food.
Decise comunque di provare. Una sera uscì dal lavoro dopo tutti gli altri, lasciò una lettera sulla scrivania del suo datore di lavoro, andò a casa a preparare la valigia e partì all’alba, per poter essere con assoluta certezza nel suo vecchio quartiere prima delle nove.

Quando Norma tornò al Trullo smise di respirare per alcuni secondi. Non sentiva solo affetto, felicità, eccitazione. Era come se quel quartiere fosse lei stessa. Come se quella purezza piena di contrasti dove aveva vissuto la sua storia d’amore semplice, ma piena di punti interrogativi, coincidesse all’improvviso con la sua persona. Forse lo aveva sempre saputo, ma non lo aveva mai provato con una tale osmosi dell’anima.
Si diresse esitante da Mario, ma Remo non c’era. Aspettò dieci minuti. Ingannò il tempo comprando un po’ di frutta, ma a servirla fu una ragazzetta che non aveva mai visto. “Mario ha venduto il negozio”, le disse.
Era cambiato tutto, pensava. Era troppo tardi per tutto, temeva.
Dentro di lei una voce le diceva che non poteva essere così. Non se la sentiva di tornare dai suoi genitori, quindi chiamò una vecchia amica e si appoggiò temporaneamente da lei. Per dieci mattine tornò da Mario, alle nove in punto. Per dieci mattine rimase delusa. All’undicesimo tentativo, una mano si posò sulla sua spalla. Si voltò spaventata. Era Remo, con un grembiule da fruttivendolo.
“Ho pensato che il modo più semplice di essere qui, ogni mattina, alle nove in punto, fosse quello di comprare il negozio”, le disse. Ma preso dalla paura di essersi esposto troppo, aggiunse: “In fondo il mio lavoro non mi è mai piaciuto tanto”. Poi riprese a parlare nuovamente fiero come un bambino: “Io c’ero. Ci sono sempre stato. Tutti i giorni per cinque anni alle nove di mattina. Quando sei tornata, ti ho vista. Ma volevo capire se era solo un capriccio. Volevo vedere se avresti insistito”.
Norma guardava le prime rughe di Remo, sotto gli occhi. Sorridevano. Le piacevano. “Ho aspettato cinque anni”, continuò Remo. “Dovevo essere sicuro che ne fosse valsa la pena. Essere sicuro che se tornavi, tornavi per davvero”.
Finalmente Norma aveva la certezza che quella mattina di tanti anni fa nessuno dei due si era sbagliato. La vita le diede ragione.


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avatar A Gatta Morta (17 Pubblicazioni)



7 commenti su “[Amore al Trullo]

  1. Un racconto fiabesco.
    Che l’autrice non me ne voglia ma questa storia mi ha fatto tornare alla mente una splendida canzone di Lucio Dalla: “Anna e Marco”.

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