[A luci rosse]

I suoi occhi sono tutti tra le mie gambe. I suoi occhi insistono dove finisce il mio vestitino nero e iniziano le calze a rete, ma lo so che la sua mente è chissà dove a fare sesso con quella parte di me che non riesce a vedere. Questo è il mio night club preferito perché c’è musica jazz tutte le sere e qui il sassofono è dominante e sporco in un modo completamente reale, e ci sono tutte queste luci rosse, e con queste luci rosse e il suono sporco del sassofono è come se tutti avessero un segreto da nascondere.
L’uomo seduto al tavolino di fronte al mio si passa la lingua tra le labbra senza spostare lo sguardo dalle mie gambe. Quello che sta succedendo nel mio night club preferito con tutte queste luci rosse che mi fanno impazzire sparge sulle mie labbra un sapore piccante ma amaro. Sapere di essere la sua ossessione stimola i nervi della mia perversione come una sinfonia che vorrei ascoltare continuamente, ma posso sentire solo quando capita. E vorrei che non fosse così, vorrei che non mi piacesse essere la sua ossessione, vorrei che mi piacesse qualcosa che posso raccontare a mia madre, ma non è mai stato così e so che non lo sarà mai.
Accavallo le gambe perché meno riesce a vedere, più la sua fantasia fatica, e questo sforzo mi diverte, e poi voglio avere anch’io un segreto da nascondere. L’uomo schiaccia qualcosa di invisibile con il suo stivale nero e poi lascia cadere la mano tra le gambe e muove le dita come se seguisse le note del sassofono e il suo pene diventa duro. Le sistema con attenzione, quelle dita. Vuole essere sicuro che io assista a quella crescita.
Esco di fretta dal locale. Fuori c’è un signore che guarda le mie calze a rete o le mie gambe e il suo sguardo mi perseguita fino a quando giro a destra alla fine della strada. Sono in un vicolo buio.

[artwork by Ryan McGinley]

[artwork by Ryan McGinley]

Ci sono alcune luci accese in qualche quarto o quinto piano, troppo deboli per dare forma alla scenografia che mi circonda, abbastanza potenti per dirmi che un’ombra mi sta seguendo, e non è la mia. L’uomo che mi guardava nel night club è dietro di me. La metamorfosi della sua ombra mi racconta la sua andatura: quando recupera terreno, quando esita. L’ombra rivela e distorce l’uomo come se si trattasse della stessa azione mistificatrice, e quel lungo cappotto nero e quel cappello a cilindro e quel naso aquilino dicono che non posso sbagliarmi, è proprio lui, ma nella sua interpretazione più inquietante, davvero lontana da quella che avevo fissato pochi minuti prima nella mia memoria.
Cammino più veloce che posso. I tacchi non mi permettono di correre. Attraverso il parco che porta a casa mia e penso che la strada più breve è anche quella più pericolosa. Il parco è buio e completamente disabitato. Mi nascondo dietro un albero così grande che mi sembra di sparire dietro di lui e di unirmi a lui, e poi insieme, io e l’albero, ci uniamo all’oscurità. Schiaccio il viso sulla corteccia e poi lo abbraccio, non so se per nascondermi meglio o per farci l’amore perché è qui da cento anni e ha visto tutto ma non ha detto mai niente.
[artwork by Marcela Paniak]

[artwork by Marcela Paniak]


Non lo vedo. Non sento i suoi passi. Poi arriva di colpo, da dietro, mi spinge contro l’albero e sento la corteccia che preme irregolare sulla mia pelle. Provo a fuggire, ma mi blocca un braccio e poi mi blocca l’altro e mi stringe il collo, mi fa male quando mi stringe il collo, mi fermo, fingo di essermi arresa, sono brava a fingere, controllo perfettamente il corpo quando devo farlo, infatti ci riesco, rilassa la presa e mi libero con uno scatto. Io scappo e lui mi rincorre, e poi mi salta addosso e mi butta a terra. E poi succede che è sopra di me. Solleva di scatto il mio vestitino. Mi strappa le calze a rete. Lecca avidamente il mio collo e dice che sono una troietta e che non devo fare finta che non lo voglio. Entra dentro di me e dice che lo sa che mi sta facendo male e che vuole sentire i miei gemiti di dolore e io trasformo il piacere in lamento, sapendo di mentire, e anche lui sa che sto mentendo, ma tutti e due facciamo finta che non sia così. Le sue mani bloccano le mie sull’erba piena di rugiada e io resto ferma, non provo più a liberarmi e lui continua a scoparmi non saprei per quanto, ma non per molto. Un bambino compie un enorme sforzo fisico mentre piange; è il suo gemito. Si rialza. Sento il suono metallico della sua cinta. Mi rialzo anch’io. Si accende una sigaretta. Vado verso casa. Cammino piano perché il dolore arriva tutto alla fine. Mi segue a due metri di distanza. Arriviamo in silenzio davanti casa. Saliamo quattro piani di scale scorticate e siamo dentro. Si spoglia. La sua pancia si divide in tre rotoli. Il terzo rotolo copre la cinta. La sua faccia soddisfatta non mi piace più come una volta: sembra quella di un maiale. O forse no, la faccia è sempre la stessa, ma il tempo porta stanchezza ovunque, per questo a un certo punto anche il tuo film preferito non riesci più a vederlo. Vado in bagno a spogliarmi, e a struccarmi, e a farmi una doccia calda. Quando esco dal bagno, lo sento russare.
Butto le calze a rete e penso che è il quinto paio che compro questo mese e forse la parte in cui me le strappa potremmo iniziare a saltarla. Accendo una sigaretta. La fumo sul divano. Accendo la TV. Parlano di un terremoto. Di un diluvio. Del terzo matrimonio di un’attrice.


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avatar A Gatta Morta (17 Pubblicazioni)



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