Chi siamo

Poeti der Trullo

Avere a che fare con se stessi non è una facile impresa.
Riuscire ad ascoltarsi prevede esercizio e silenzio.
Riuscire ad ascoltare gli altri è un’impresa titanica.
Le difficoltà aumentano quando si vive in un mondo che riesce a ridurre le generazioni a un cumulo di biglie sbiadite, scheggiate.
Colpite, lanciate, incidentate da un dito invisibile.

In epoche come questa si è fatti di vetro.
C’è del colore dentro ma è irraggiungibile. Freddo.
Mentre ci si scontra, mentre si fa tanto rumore, mentre si rotola in spazi geometrici, quel colore, dentro, si scalda coltivando in sé il desiderio di esplodere.
E sciogliersi.

Un ottimo rimedio all’inquietudine è coltivare.
Se un pezzo di terra viene coltivato e curato da più di due mani il risultato può essere davvero sorprendente.

Mi guardo attorno mentre sento il grido della poesia esplodermi dentro e apro le porte di quel grido a chi, come me, vuole esserci.
Risponde un grido diverso, opposto, complementare.
Il verso di una Bestia urbana ubriaca di rime e di fomento.

Quando i silenzi, le letture e un personale anacronismo incontrano la spontaneità, la musica a massimo volume, la soluzione sempre a portata di mano e sintonizzata sulle stazioni del proprio tempo può nascere una grande amicizia. E non solo.

Con l’incontro tra me e Er Bestia nasce il gruppo Poeti der Trullo.

Marta segue il familiare richiamo bestiale e scende spontaneamente dalle sue nuvole. Marta, perennemente innamorata, ci porta la freschezza dell’ultima adolescenza, quella che fa fatica ad andare via, incollandosi sulle dita. I suoi versi sono la melodia che scalda quando il freddo è pungente e il cuore annichilito.

Er Quercia si unisce al gruppo radicando e intrecciando, nel nostro giardino privo di recinzioni, pensieri e parole impregnate di terra e filosofia.
La sua presenza è rassicurante.
Ci piace stenderci all’ombra dei suoi rami, ascoltare la vibrazione delle sue riflessioni, leggere il cielo minaccioso che ci sovrasta e sentirci protetti dalla forza del suo pensiero.

Decidiamo di diffondere i nostri versi attraverso la rete.
Il nostro richiamo, come vento impetuoso sull’intero quartiere, viene accolto da un ventenne gonfio di passione che ci manda la sua prima poesia.
Er Pinto porta con sé la freschezza della vita e si unisce al gruppo alimentando la sua parte più goliardica.
Genuino come un colore puro.

Ci sono due animali che ci studiano da lontano.
Uno ci sorvola. L’altra gironzola, sparisce, torna, si avvicina.
Due animali urbani, notturni, mai sazi dei loro giochi solitari.
Due animali curiosi di ciò che sta accadendo.

Er Farco. Ostile e irraggiungibile.
Il nostro territorio è anche il suo, ma lui continua a essere altrove.
Preferisce seguire il buio che si porta dentro, lanciando, di tanto in tanto, qualche verso lacrimato, per sentire meno il peso della sua incessante solitudine.

‘A Gatta Morta salta da un tetto a un altro mentre ci rivela i percorsi del labirinto mente.
Le sue parole graffiano la quotidianità liberando un flusso di storie bisognose di uscire dalle quattro mura dell’abitudine.
La Gatta denuda la fantasia, il desiderio, la propria lucida versione.

Ci siamo tutti. Siamo in sette e siamo un coro.
Uniamo e alterniamo le nostre voci con lo scopo di comunicare, spaziare, espanderci.
Decidiamo di essere anonimi perché liberi di svelarci davvero, svincolati dall’immagine e dai nomi propri.

In epoche come questa unire sette diverse menti e lasciare che coltivino poesia in un giardino condiviso è cosa impossibile, se non si desse al colore che abbiamo dentro l’occasione di esplodere.

Il Trullo è un luogo della mente.
Tutti possono affacciarsi su questo giardino periferico dopo essersi allontanati dal centro. Il centro delle decisioni, il centro della politica, il centro sotto chiave, protetto da vetri opachi, inaccessibile.
Il Trullo è un luogo della mente e tutta la periferia esistente può essere seme e frutto di poesia.
Noi esistiamo per dimostrarlo. Noi esistiamo per sporcare i passanti e i vicini del colore che ci è esploso dentro. Abbiamo deciso di lasciarlo fluire e di non arginarlo.

Siamo in sette e siamo un coro che vuole cantare l’amore e la rabbia, l’esperienza e la meraviglia, la provenienza e il viaggio.
Le vertigini di un sentimento sul cornicione dell’ultimo piano.
Lo scorrere, per le strade romane, di un fiume di versi diretto verso il Tevere, il mare, l’oceano.

Un coro che soffia e diffonde, da un piccolo pezzo di mondo chiamato Trullo, il vento poetico del MetroRomanticismo.

Inumi Laconico