[Mi casa es tu casa]

Risveglio imbastardito.
Mi sono addormentato con la musica a palla e i vicini si sono incazzati.
Volevo solo la giusta colonna sonora per il mio sogno. Essere un nuovo cazzuto Mark che fa il colpo della vita e scappa in qualche paese del nord a crearsi un futuro.
Ho sentito dire che certi sogni possono essere apparecchiati. Tu devi solo sederti.
Quando, di notte, torno a casa in certe condizioni… tutto mi sembra possibile. Allora ho messo su gli Underworld, Iggy Pop e Lou Reed a ripetizione secondo una scaletta preparata con cura, mentre barcollavo e sbraitavo parole nuove miste a vecchie considerazioni, e bònanotte!
Ma loro hanno dovuto rovinarmi il progetto. Hanno cominciato a buttarmi giù la porta dopo neanche un paio d’ore che m’ero messo a letto. Alcuni strillavano dalle finestre. Va bene va bene, ho detto. Tanto non partirei mai davvero verso il nord, e chi la lascia ‘sta città? Che futuro avrei fuori da ‘sta città? Non sarei nessuno senza la mia città.

– Sei una bestiaccia! Capisco de giorno ma mo pure de notte? Ecchecazzo, facce dormi’ armeno! Sempre co’ ‘sta musica a tutta callara, eddaje no! – mi dice incazzata, con tono materno, la zitella del secondo piano. Se non conoscessi la sua voce l’avrei già scambiata per un ippopotamo in vestaglia color gossip deformato da onde anomale che hanno come fonte televisione, cetrioli e vibratori. Ma ammetto di stare un po’ fuori, e accetto questa visione agghiacciante con tranquillità. Le sorrido e tutto passa.

Di sicuro se me ne andassi perderei i contatti, innanzitutto. Cioè voglio dire, dove la recupero la rete di impicci che mi sono creato in questi ultimi tre anni? Avevo vent’anni quando ci sono entrato e mentre lo facevo già mi dicevo – Cioè, dico, questa è vita? – Non male tutto sommato. Era una vita che in quel momento mi andava bene. E mi va bene anche adesso.
Avrei dovuto coprire la mia zona. Solo che il Trullo era un posto delicato perché c’era altra gente che si muoveva. Va bene va bene, dico, no problem, si può fare. Mi conosce mezza Roma, di rapporti ne ho tanti e non sarà strano avere a che fare con tanta gente.
Il quartier generale stava a Tor Bella Monaca, in genere mi imbarcavo con lo scarabeo e sfrecciavo per tutta Roma per andare a prendere, tra le altre cose, la bamba. Si sa, Tor Bella è piena di bamba. Non solo, dicono, ma la bamba c’è. Tor Bella c’ha la bamba, si sa. È un dato di fatto che Tor Bella abbia parecchia bamba. Non male in fin dei conti.

[Mark Renton]

[Mark Renton]

Ma una regola me l’ero imposta. A casa non faccio venire nessuno. Cioè, voglio dire, casa è casa. Solo ragazze. Ragazze e erba. Ragazze che vengono a prendere l’erba. Sì dai, si può fare.
Non faccio in tempo a pensare questa assoluta e indiscutibile verità che mi rendo conto, dopo aver abbassato la musica, aperto e chiuso la finestra per dire ai vicini incazzati affacciati assonnati – Ok ok, tranquilli amigos, spengo – che nel letto, tutta storta, c’è una tipa. Ha il mio felpone della Broke addosso.
Ha solo quello addosso.
Mi sforzo di comprendere. Ma ieri sono tornato con lei? O già stava qui? Ma soprattutto: è viva? No perché io le siringate d’adrenalina non le so proprio fare. La scuoto un po’ e quella reagisce stranita e sognante. Ok. Mi faccio un piatto di pasta. Mi faccio un bel sughetto. Metto su un disco dei Beastie Boys.
Tanto il colpo della vita stile Mark Renton non lo farò mai.

C’è gente che dice che c’è un lato oscuro in ognuno di noi. Filosofi? Poeti? Non saprei, ho studiato e letto poco in vita mia. Ma io questo lato oscuro lo vedo fuori, come dire… all’esterno. E un po’ mi prende, cioè lo sento che mi entra dentro, ma non sono io, è tutto il contorno che è marcio, se ci sguazzo è perché non so fare altro ma io me l’assicuro: non m’appartiene. E lo sento che mi prende, m’entra proprio dentro, è in fondo che mi prende, e mi prende e mi prende e non smette.
So di essere qualcos’altro, anche se non so ancora cosa.
Dicono pure che è facile tagliarsi fuori quando in realtà uno ci è dentro fino al collo, ma il fatto è che la testa resta fuori, sì ok “fino al collo”… ma la testa resta alzata e sa bene che in fondo non ci andrà. In fondo non ci va.
Cioè, voglio dire, qualcosa cambierà no? – Dipende da te, amigo. – mi dice la stessa vocina che in genere mi invita a fare un’altra botta. Tra tutte queste pischelle che mi ritrovo tra le lenzuola e tra le gambe, penso, ce ne sarà stata una per cui valeva la pena fermarmi un attimo e dire – Ey tu, com’hai detto che ti chiami? – Finora non c’è stata, no, quella per cui avrei dato un po’ di più, tutto quel che ho, quello che so. Chissà, magari verrà, magari no, magari sto pensando un mucchio di cazzate.

[Pulp Fiction]

[Pulp Fiction]

Mi sento intrappolato nel mio quartiere. Sì, ok, vado a Garbatella, passo per Magliana, giro per Trastevere, ma comunque la mia tana è questo maledetto quartiere. Ho l’impressione che sarà sempre così. Ma, come dire, anche la gabbia può essere confortevole. Basta qualche scritta, una foto familiare, un poster del tuo sogno erotico, l’immagine di una pischella col caschetto nero che impugna una pistola e ti guarda come per dirti – E mo so’ cazzi tua! – e un po’ di musica che ti tiene in vita.
Forse, penso, basta tutta la massa di ricordi che piano piano ti scorre tra le dita, sudate e sporche di bianco. È quel bianco che non capisco. Cioè, voglio dire, è un bianco puro, bianco cielo, bianco come l’anima di un ragazzino, eppure riesce a sporcarti e annebbiarti tutti i vetri che ti proteggono il cervello.
Non è male in fin dei conti.
Quando vendo qualcosa mi accerto sempre che sia buona, la provo senza mai abusarne davvero. Poi penso – Cazzo! A quei tempi avevo vent’anni, ora ventitré, ma che posso capirne io di roba buona? Ma cosa posso capirne io della vita?

Ho cominciato a non capirci un cazzo della vita quando se ne andò mia madre. All’inizio. Poi però m’è sembrato tutto più chiaro. Cioè, voglio dire, le persone che vuoi accanto in questa malata corsa verso un traguardo indefinibile te le scegli tu, e devi sceglierle bene, e puoi amarle e odiarle e alla fine puoi cambiarle. Gli amici veri no, non si cambiano, sono quelli, lo saranno sempre.
Almeno mia madre mi ha lasciato casa. E non è poco eh.
Per gli amici ho fatto un sacco di feste a casa mia. Le feste tipiche nostre che non sai mai dove sei davvero, e ogni volta mi ritrovavo a credere che casa mia fosse di qualcun altro.
“Mi casa es tu casa” è sempre stata la filosofia dominante.
E andava bene finché nessuno collassava, e lì erano cazzi amari. Quel gran paraculo di Sandrone è sempre stata l’anima delle feste, nel senso che alla fine lo cacciavi urlandogli dietro “L’anima de li mortacci tua!” e lui ti spaccava le persiane una ad una. Ma se lo cacciavi era perché già ti aveva spaccato qualcosa dentro casa. Poi però s’incazza quando in bagno a casa sua, mentre pisciavo, ho scritto sul muro un pezzo col mio inseparabile pennarello, gli ho anche detto – Sandro’ pensavo de sta’ ar pub… me so’ confuso! –
Ma lui niente, era diventato una belva.

Questo è un vizio che non riesco a scrollarmi, e una vocina mi dice – Perché dovresti? – Lasciare la mia impronta, la mia traccia, su un muro, per strada, su un cassonetto. Niente di artistico, niente di bello a vedersi, solo una traccia, un nome, una rima rubata, abusata, ma familiare. Quando poi mi capita di ripassare e ritrovare la mia traccia mi esce un sorrisetto, ho lasciato qualcosa, sì… ‘na cazzata in fin dei conti.

[Anna Magnani]

[Anna Magnani]

Il problema è che a volte davvero non mi ricordo dove sono. Non ci sto non ci sto con la testa. Non ci sto non ci sto. Non ci sto non ci sto con la testa. Non ci sto. Però è un bene insomma, pensa che palle avere sempre il controllo di tutto. Ci si diverte in quel caso?
Sicuramente non fai bruciare il sugo che stavi preparando alle otto di mattina. Magari non t’addormenti con la musica a palla e i muri che vibrano. Magari non dipingi sul muro del salone la gigantografia del faccione di tua madre con la testa tra le mani.

Le donne le tratto sempre senza troppo sentimento. Mi fanno impazzire, ci divento matto. Mi piacciono le tipe senza peli sulla lingua, quelle che la lingua te la fanno vedere bene, quelle che se la tirano ma sanno che l’avrai.
Però ecco, dopo un po’ voglio dormire da solo, preferisco stare un po’ per i cazzi miei, metto su un disco e non la voglio sentire la vocina che mi chiede che faccio, che interessi ho, che passato ho, perché vivo solo, se studio o se lavoro. Ma come vivi come campi così piccolo e tutto solo sembri più grande ma un lavoro e lo studio l’hai lasciato come mai posso restare qui stanotte? Le faccio fumare e si abbioccano, così posso pensare per i fatti miei, viaggiare e… Ninna Nanna. Voglio sentire la voce dei miei amici rapper che non mi conoscono ma che parlano per me. A me. Voglio perdermi nella valle compresa tra il Colle der Fomento e la Collina der Cipresso. Nella mia testa questa valle si chiama Trullo, il mio quartieraccio. Voglio poter credere, da solo, che anch’io so fare qualcosa, che non sono venuto al mondo per riscaldare letti e sfondarli, collezionare cappelli e perderli, o per combinare casini su casini. Bruciare padelle e teste di adolescenti, spaccare serate e frantumarle per poi tirarle e credere di stare bene, non sentire il battito, non sentirlo mai, e volere sempre qualcosa di più. “Qualcosa che sia di più.”
Voglio credere che costruirò qualcosa, e per farlo ci vuole poca voce umana e tanta musica.
Una marea di fottuta buona musica.

Lascio la padella bruciata sul fornello, ci butto un po’ d’acqua dentro, vedo quello che doveva essere il mio sugo mattutino farsi poltiglia bruciacchiata che galleggia.
Prendo un pezzo di parmigiano, lo arrotolo dentro a tre fette di prosciutto. Magno.
Poi mi giro un bel cannone e me lo vado a fumare in balcone. Inciampo in una ventina di scarpe e penso che potrei buttarne qualche paio.
Questa casa è un monnezzaio, penso, e a breve mi ingloberà.
Il verde del mio lotto mi dà una pizza in faccia.
Certe volte mi sembra di non stare a Roma, come se fosse un prolungamento della mia città che però appartiene a un altro mondo. – Forse si chiama periferia – mi dice la solita vocina che canta, sfotte e grida nella mia testa, senza pagarmi mai l’affitto, senza farmi credere di essere il tipo di padrone che un giorno prende, sbrocca, e ti caccia via. Ma non ci sto non ci sto con la testa. Non ci sto, è tutto quel che so.

[Un lotto del Trullo]

[Un lotto del Trullo]

Certo ce ne vuole, penso, a costruire un quartiere del genere. Cioè, voglio dire, tanta fantasia. La divisione in lotti, i giardinetti, il palazzone, i recinti, sembra un parco giochi e infatti se ci fosse un’altalena scenderei di sotto a fumare così, sospeso a dondolare.
Me viene da ride, e infatti rido col sorriso da ebete che mi inonda il viso mentre un paio di raggi di sole mi sfondano i pensieri, come se mi aprissero un tunnel nella testa che dovrei seguire, che dovrei percorrere fino in fondo, fatto o lucido fa lo stesso, basta che ci entro e sarà come un’uscita dalla spazzatura in cui sono sommerso. Una via d’uscita che mi porta verso un’utilità, un senso. È l’avere un senso che mi manca.
Chiudo gli occhi e sprofondo in questa sensazione nuova che nessun tipo di erba mi aveva mai causato. ‘Sto cazzo de sole…
Li riapro e sposto la testa da questo sole silenzioso che sembra volermi dire qualcosa, faccio un altro tiro e butto più in là un paio di Globe vecchie e logore, che rimandano a una festa. Un particolare tipo di droga. Una scopata dietro il casermone.
Alzo la testa e vedo che Inumi mi sta guardando dalla finestra di casa sua. Inumi è un ragazzo con un nome del cazzo, ma è un nome letterario, dice.
Ci conosciamo fin da quando eravamo piccoli, poi ci siamo un po’ persi. Non ci incontriamo mai. Mentre torno dalle feste lui esce per andare all’università. E ho detto tutto.
Sto già fatto e gli faccio un bel sorriso. Lui mi saluta e si toglie dalla finestra.

È quasi mattina e sto tornando dal Villaggio Globale. È davvero un posto di merda. Ho trovato mio cugino di sedici anni steso per terra e strafatto a ketamina. Gli ho dato due pizze per svegliarlo e l’ho messo in macchina, il suo viaggio era finito e credo non mi abbia neanche riconosciuto. Me ne sono andato solo dopo essermi accertato che stava dormendo.
Presammale totale.
Certo, anche a me è successo. Ma non avevo sedici anni.

Stanotte, stamattina, mi sento così ostacolato che una volta arrivato sotto casa non riesco nemmeno a salire le scale, le guardo e non ne ho voglia. Non c’è nessuno ad aspettarmi. Resto giù, mi siedo sul muretto e mi giro una canna d’erba aspettando l’alba. Faccio per mettermi le cuffie, ci ripenso, voglio ascoltare il silenzio del quartiere. Voglio ascoltare i miei pensieri.
Mentre appiccio penso a un film che ho visto pochi giorni fa, Requiem for a dream, e mentre ci penso lo sento… il nostro Requiem, il nostro sogno, quale? È un sogno questo Requiem o è un Requiem il nostro sogno?
Non ci sto con la testa, non ci sto. Non ci sto non ci sto non ci sto con la testa. Non ci sto.
Vedo una figura venire da lontano. La sua camminata è lenta e precisa, stabile. Ha una direzione e viene verso di me. È Inumi.
È un po’ scoglionato e senza salutarmi posa la borsa del computer per terra, poi mi guarda e mi chiede se ho una sigaretta. Forse oggi non ha voglia di andare all’università, ma non mi dice nulla.
Gli passo la canna, si siede vicino a me.
Ora tutti e due guardiamo davanti a noi, il nostro quartiere immerso nel buio che scompare lentamente, e fumiamo. Poi mi alzo e sul muretto di fronte scrivo Quando le tue idee sono giganti… puoi risollevarti, puoi resuscitarmi.
Inumi mi guarda interrogativo. Gli dico Colle Der Fomento.
Poi sta qualche secondo zitto, mentre osservo la mia grafia e penso Bella. Quando mi passa la bomba mi guarda per alcuni lunghi secondi fisso negli occhi e mi dice Senti, perché non scrivi cose tue invece?


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VE DICO 'NA COSA CHE NUN È SEGRETA: / 'NA VORTA C'AVEVO ER RAP COME META / MO CHE DE RAPPER È PIENO ER PIANETA / ME SENTO 'NA SCHEGGIA A ESSE POETA! / E.B.



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