[Post-mortem]

Le pareti sono viscide e gommose, potrebbero essere viola, c’è poca luce. Paolo inizia a camminare, appoggia d’istinto le spalle alla parete e procede di lato, poi sente che la parete si deforma, si rigonfia spingendolo via, ecco una testa, ecco un ginocchio, corpi ansimanti premono dall’altra parte, Paolo si mette a correre.
Finisce il corridoio e c’è la casa dei suoi genitori. Davanti al cancello c’è Paolo Bambino. La casa dà su una stradina corta, all’inizio di questa stradina, c’è la madre di Paolo con un uomo mai visto. Paolo Bambino ride quando vede la mamma e corre verso di lei, finché non sente la voce della madre, questa volta dietro di lui, allora si ferma, si gira e alla fine della stradina vede sempre la madre, anche lei tende le braccia, anche lei con quell’uomo. Due scene identiche, una davanti all’altra, una vera e una falsa. Ora Paolo ricorda: è un sogno che faceva da bambino, quando sua madre è stata un mese in ospedale. Paolo Bambino si trova in mezzo alle due donne, la prima grida disperata, la seconda si fa ammaliante, Paolo corre verso la seconda, è la madre sbagliata.
Il sogno svanisce, Paolo torna a guardare casa sua, ma non è più una casa, è diventato un castello, e non è più giorno, ma notte fonda, la luce rosa che scende dal cielo mostra a terra mucchi di uccelli morti, Paolo guarda in alto, migliaia di meduse rosa volano nel cielo.
Intorno è tutto un labirinto intricato, sporco, surreale. Le pareti del labirinto sono irregolari, vanno in tutte le direzioni, creano strade senza uscita ma anche nuovi spazi, nuove stanze, sono pareti trasformiste, cambiano appena si gira l’angolo, appartengono prima a un palazzo che dà a una piazza, poi a una camera da letto, dove è in corso un’orgia e una donna grassa invita Paolo ad entrare, ed ecco che diventano pareti inconsistenti, spaventose, incomprensibili.

– Dove sono? Dove sono finito?
– Ciao Paolo
– Chi sei?
– Sono Paolo Novevite.
– Io sono Paolo Novevite! Chi sei tu? Perché dici che sei me?
– Paolo, tutto quello che c’è qui è Paolo Novevite, io, tu, le pareti viscide di prima.
– Che significa?
– …
– Sono morto?
– Sì.
– È l’Inferno?
– Non esiste l’Inferno come lo intendi tu, e nemmeno il Paradiso: ogni morto ha un posto suo.
– E questo sarebbe il posto mio?
– Questo è il tuo inconscio, Paolo. Chi muore finisce nel proprio Inconscio.
– E tu chi sei? Perché dicevi di essere me?
– Perché sono te, sono il tuo inconscio, sono la voce che senti, qui siamo tutti la stessa cosa.

Alle orecchie di Paolo arrivano le urla di un gruppo di uomini, poi il rumore dei loro passi, stanno correndo, correndo verso di lui, contro di lui, sono tifosi di calcio, Paolo inizia a scappare, li sente sempre più vicino, si chiede Cosa vogliono da me, eccoli, sono arrivati, possono quasi toccarlo, Paolo entra in una porticina sulla destra, è uno scantinato.
Non sente più niente, ed è strano che non l’abbiano seguito, l’hanno di certo visto entrare, ma il gruppo di tifosi è già lì, nello scantinato, davanti ai suoi occhi, circondano un altro Paolo, tale e quale a lui in questo momento, l’hanno legato, gli stanno sputando in faccia, Paolo urla Basta! Nessuno fiata, nessuno si gira, quella che vede è una scena distaccata da lui, una proiezione, e nella proiezione c’è anche Paolo Bambino, seduto su una cattedra, che guarda se stesso adulto umiliato e se la ride, Paolo non sostiene la risata di se stesso bambino, non riesce a sentirla, esce dallo scantinato, è sconvolto.

– Dove sei? Voglio parlare con te!
– Resta calmo, ti servirà.
– Che vuol dire tutto questo? Perché io?
– Qui c’è quello che pensi veramente e quello che non sapevi di pensare. Ci sono le tue paure, i tuoi desideri, tutti i tuoi sogni. Ci sono cose che avevi nascosto troppo bene quando eri vivo. Qui non esistono nascondigli.
– Perché l’Inconscio? Perché finire qui dopo la morte?
– Perché questa è la verità. E non c’è niente di più giusto della verità. Non c’è punizione o premio migliore che vivere nel proprio Inconscio, non c’è niente di più fedele a se stessi.

Paolo fa una smorfia di dolore, si mette a camminare, lentamente, mentre le parole della Voce rimbombano dentro di lui.
Il labirinto adesso è una strada di città e sulla strada di città c’è parecchia gente e tra tutta la gente ci sono tanti Paolo, Paolo con una donna che potrebbe essere sua moglie, Paolo anziano con un giornale in mano, Paolo Bambino che tiene la mano alla mamma, Paolo Giovane insieme a un gruppo di amici, tutti, appena vedono il primo Paolo, cambiano espressione e ruggiscono, ruggiscono e tornano all’espressione composta e serena di prima.
Paolo entra in un tunnel sulla destra e si ritrova in una caverna, dalla lanterna buttata malamente a terra arriva un accenno di luce, incatenata alla parete c’è una ragazza che piange e urla Paolo, liberami ti prego. Paolo cerca di avvicinarsi per aiutarla ma incontra una barriera invisibile che lo separa dalla ragazza. Ci riprova, ma niente. Non può avvicinarsi. La ragazza urla Perché non mi aiuti? Paolo perché non mi aiuti? È un lamento struggente, Paolo si butta contro la parete invisibile, ma è tutto inutile. Impotente, comincia ad andare via e subito la voce di donna si rivolge al passato e grida Paolo, perché non mi hai aiutato? Perché non mi hai aiutato?
Paolo corre verso l’uscita della caverna ed entra nella cucina dei suoi genitori. La madre sta preparando da mangiare, il padre legge il giornale. Non gli parlano. Mamma, papà, perché non mi parlate? Perché ora sappiamo chi sei.
Paolo si alza di colpo e scappa, ancora.

– La mia coscienza non può essere questo! Qui è tutto scuro, tutto sporco. La mia vita è piena d’amore, amo la mia famiglia, amo i miei amici, e loro amano me.
– Qui non ci sono le tue buone azioni o le parole che hai detto. Non c’è il conforto che hai dato. Non c’è niente dell’immagine che gli altri avevano di te. La tua vita esterna è stata una messa in scena creata dalla tua mente perché il tuo Inconscio restasse Inconscio e brulicasse per conto suo, una messa in scena per non affrontare la verità. Capisci perché non conta quello che hai fatto?
– No. No!

Piange Paolo, piano piano, quasi in silenzio, prima in ginocchio, poi a terra, come un feto. Non sa cosa fare, non sa nemmeno se ciò che vede è un desiderio, una paura o un sogno, tutto è nebbia, tutto è melma.
Si alza, si muove lentamente lungo il labirinto, a testa bassa, cercando di calmarsi, di conservare un briciolo di lucidità, a terra ci sono colori spezzati, c’è un bambino che gli chiede Vuoi giocare con me?, c’è la ciotola di un cane.

– Cosa ho fatto di male? Voglio sapere cosa ho fatto di male!
– Questa non è una punizione. Non c’è colpa qui. L’inconscio non giudica. L’inconscio è.
– Allora perché sono tutti ostili? Perché mi sento sempre in pericolo?
– Il tuo Inconscio è ostile perché non l’accetti. Questo posto non cambierà, perché sei tu. Tutto quello che puoi fare è conoscerti e imparare a vivere con te stesso. Ma queste cose le sai già tutte.
– Come faccio a saperle?
– Le stai dicendo tu.

[artwork by Francesco Romoli]

[artwork by Francesco Romoli]


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avatar Er Quercia (24 Pubblicazioni)



7 commenti su “[Post-mortem]

  1. Felicissimo di leggerti ancora.
    L’angoscia che diventa crudele lucidità è meravigliosa in questa storia.

    ” Ma queste cose le sai già tutte.”

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