[Scegli un libro che te ispira!]

Che fatica i nostri tempi!
Pigri e privi d’argomenti…
Tutto è svorto in superficie
Noia e tedio da cornice…

Ma in un posto sotterraneo
C’è ‘no spazio immagginario
Che s’esprime col cartaceo…
È ‘r pianeta letterario!

La tua vita, seppur vasta
Alla mente non je basta!
Tu sei in grado di viaggiare
Negli abissi o in alto mare

Scegli un libro che te ispira!
‘Na storiella che t’attira…
Un romanzo d’avventura
Nero, giallo o de paura!

Segui il corso de ‘na storia
Che apre porte alla memoria
Troverai le tue emozioni…
E avrai molte più intuizioni!

Vorrei dire a ogni bambino
De tene’ sotto er cuscino
Un bel libro de storielle…
E ogni notte avrà le stelle!

Vorrei dire all’omo adulto
Più schiacciato dar tumulto
De spazia’ co’ la sua mente…
Solo un libro è l’occorrente!

Non facciamo scappa’ via
Questa immensa fantasia
Che da sempre c’ha aiutato
E ‘l suo regno va sarvato!

avatar Marta der Terzo Lotto (25 Pubblicazioni)

Mi chiamo Marta e vengo dal Terzo Lotto, quartiere Trullo. Amo le nuvole, la natura e la letteratura. Ho iniziato a scrivere sotto la spinta dell'innamoramento. Per me la poesia, le parole, le canzoni sono tutte articolazioni e organi dell'Amore, senza le quali non potrebbe muoversi né respirare.



11 commenti su “[Scegli un libro che te ispira!]

  1. Sinceramente non riesco davvero a capire il perché della scelta stilistica di quella che non definirei affatto “neodialettalità”, come molto generosamente viene fatto nei vostri confronti, ma molto piú semplicemente “non dialettalità”. Perché non scrivere in Italiano puro e semplice..? La differenza è ormai ridotta ai minimi termini. Siete, tutti quanti su questo sito, l’avveramento della cupa “profezia” del linguista Bruno Migliorini, che pronosticò il totale “disfacimento” del Romanesco nell’Italiano nell’arco di poco tempo, e, linguisticamente parlando, i circa 90 anni trascorsi da tale affermazione sono “poco tempo”. In meno di un
    secolo il serbatoio lessicale, morfologico, sintattico di quello che era il dialetto Romanesco, sia pur con tutta la toscanizzazione propria alla sua “seconda fase”, si è – almeno
    nell’espressione di chi si ritiene un poeta “territorialmente connotato” in senso romano – completamente prosciugato, e l’unica cosa che in questa sede vi riesce al di là di ogni dubbio, è di darne indiscutibile, per quanto involontaria, testimonianza. Eccolo qui, il “disfacimento”: nel titolo, l’unica “marca” dialettale è il pronome atono “te” in luogo di “ti”! E in tutti i 32 versi in cui si articola il componimento gli unici “sintomi” – mi viene di dire così, come se il dialetto fosse una brutta malattia cui far di tutto per scampare… – sono un paio di “r” al posto della “l”; l’aferesi “‘no” invece di “uno”; un paio di “er”; cinque occorrenze di “de”, anziché “di”; tre apocopi verbali, per di più indicate con l’apostrofo anziché con l’accento, come se non fossero che abbreviazioni dei corrispondenti verbi italiani (il che, dato il “tenore” linguistico del testo in questione è in fondo scelta ineccepibile…). E questa è tutta la “neodialettalità” di questa poesia, nonché di tutte le altre su questo sito. Di parole dialettali neanche a parlarne, e persino le pur orribili storpiature di quelle italiane sono scarsissime. Chi vi chiama “neodialettali” vi prende in
    giro, o prende in giro sé stesso, o entrambe le cose. Voi siete “a-dialettali”, perché un dialetto non lo avete. Per voi esiste solo l’Italiano, in questa forma “bazzoffia”, e questa
    sarebbe l’unica parola romana a comparire in questa pagina sempre che questo commento non venga (di nuovo) censurato…

    Il dialetto dovrebbe essere scelto quale mezzo espressivo a fini artistici per poter permettere tanto a chi lo usa in prima persona quanto a chi fruisce dell’opera artistica di recuperare le proprie radici, di ritrovarsi in una lingua intima, familiare, “infantile”, impregnata dei ricordi della memoria ancestrale di un popolo, di risvegliare ricordi sopiti nell’abisso del tempo, riscoprire suggestioni ed emozioni dal sapore antico di solito sepolte sotto la spessa coltre artificiale della cosiddetta “civiltà” moderna… tutte cose di cui in questi componimenti scritti in questa lingua sciatta e trascurata, che riesce a esserlo tanto dal punto di vista italiano che da quello dialettale – il che, se non altro, costituisce “un primato”… – non v’è neanche l’ombra.

    Saluti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.